Sottovoce
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Il disegno che definisce la pagina dei portatori di handicap mi sembra opportuno e libero dall'iposcrisia dei nostri giorni. L'ho realizzato io, come un bambino entusiasta dei colori e del loro potere.
I colori hanno una forza straordinaria, in mano ai bambini delineano stati d'animo e virtù che la nostra ignoranza e supponenza neppure si degnano di interpretare e comprendere. Il nuovo sito prende il largo e sento il vento tra le vele, le gonfia e le porta in alto dove sempre più vigore prenderanno e vedranno il mare da lassù indicandomi la rotta. In questi primi due anni di lavoro con la mia creazione mai avrei pensato di riscuotere così tante attenzioni dalla gente; ho toccato un punto sensibile: la normalità. Nello stordimento del chiasso annichilente la gente ha volto lo sguardo ad un frammento di se stessa. Ho descritto lo sci, libero dai protagonismi teatrali e ripugnanti dei superuomini - o presunti tali - che non riescono a sopravvivere senza esibizione e imprese decantate come assolute ed irripetibili. La dipendenza, ho capito, è il grande male dei nostri tempi; si salta da una dipendenza all'altra e neppure ci si accorge. Pare che tutto sia lì a disposizione della barbara sete di possesso e conquista del nostro animo inaridito e sordo. Slogan che recitano " Subito a disposizione in 24 ore, clicca qui e clicca lì che tutto diventa bello per te e solo per te." Ma guarda un pò?! Un mio amico potatore di handicap mi ha fatto osservare un aspetto terribilmente vero: "noi non siamo diversamente abili - dice lui - siamo handicappati". Si sente offeso ad essere definito diversamente abile, e la cosa l'avevo già colta ampiamente leggendo nei suoi occhi la concretezza e la sofferenza di chi i conti con la realtà li fà davvero, tutti i giorni. Siamo portatori di un messaggio volutamente distorto; per falso perbenismo, quello che non costa niente e per un attimo ci riempie la bocca di parole che a chi patisce stringono ancor più il cappio al collo. Costruiamo scuole, ospedali e palazzi con la sabbia al posto del cemento e quando c'è il cemento c'è anche l'amianto e poi deviamo camaleonticamente di fronte alla vita. Il sole dietro alla montagna che trovate nel disegno trabocca del mio grido per chi non vede, chi non cammina, chi non sente o chi ha fatto tutto questo un tempo e ora non c'è più. Sono stato con loro nel lavoro, nello sport e nella vita ho condiviso la dolce e struggente melodia dei loro pianti; l'infinito dei loro sorrisi grandi come le distese della Savana. Ricordo un grandissimo campione di moto, uno di quelli della Parigi Dakar che diceva: "Attraverso mondi di sabbia e vento, incontro bambini a cui manca tutto. Solo una cosa hanno in abbondanza; il sorriso. "La normalità, dicevamo, è un male da rifuggire e banalizzare, da nascondere perchè non dà accesso al branco nel quale e dal quale tutto viene inghiottito, forse anche le paure. Mi fido molto di più di chi dice di avere paura che di tutti gli altri; perchè le paure fanno parte di chi attraversa la vita e lo fà con coraggio. Vede l'acqua entrare nella barca e non gira lo sguardo, non la confonde con l'aria, prende in mano il timone e concentra tutto lo scibile della sua esistenza in una manovra di pochi secondi. Ogni giorno riparte daccapo sapendo che sarà durissima, ma se la gioca fino in fondo, come il sole.




